PASTA, PANE E PATATE: LE TRE “P” CHE CI PIACCIONO E NON INGRASSANO!

Oggi parliamo di tre alimenti immancabili sulle nostre tavole, ovvero pane, pasta e patate. Demonizzati per anni, spesso accusati di essere la causa di quei chiletti che non riusciamo a mandar giù, tanto da sentirci quasi costretti ad evitarli quando siamo a dieta: ma siamo davvero sicuri che siano loro la ragione dei nostri problemi? E se fosse, come sempre, solo una questione di scelta? Scopriamone di più.

Il pane non deve mancare. Una frase che noi nutrizionisti spesso ci sentiamo dire è “dottore, accetto tutto, ma non mi tolga il pane!!”. Il pane è effettivamente un alimento immancabile sulla maggior parte delle tavole, non a caso si usa dire “portare il pane a casa” proprio ad indicare il lavorare per procurarsi l’essenziale per vivere, facendo riferimento proprio all’alimento per eccellenza, quello indispensabile: il pane. Il classico pane bianco, però, presenta un indice glicemico molto alto, di conseguenza, se consumato in eccesso, può diventare un fattore di rischio per la nostra linea e la nostra glicemia. Allora, dobbiamo davvero rinunciare alla tanto amata pagnotta? Assolutamente no, dobbiamo però imparare a scegliere quella giusta. Innanzitutto occhio alla farina: portiamo in tavola solo pane integrale. Le fibre di cui è ricco non solo ci saziano prima, ma evitano l’innalzamento dell’indice glicemico e riducono l’assorbimento di zuccheri e grassi. Scegliamo però solo vero pane integrale, in commercio infatti è molto comune trovare del semplice pane bianco addizionato con crusca e spacciato poi per integrale! Un altro trucchetto per mangiare il pane con più tranquillità è tostarlo: facendo abbrustolire il pane, l’amido subisce una particolare modificazione che riduce l’indice glicemico dell’alimento, medesimo meccanismo che si manifesta nel pane raffermo.

Viva la pasta! Gli amanti della pasta sorrideranno soddisfatti dinanzi ai risultati di una ricerca condotta su circa 23.000 individui dal Dipartimento di Epidemiologia dell’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli, che ha mostrato non solo che la pasta non fa ingrassare ma che è anche associata ad un più salutare indice di massa corporea, ad una minore circonferenza addominale e ad un miglior rapporto vita – fianchi! Finalmente la pasta, uno dei pilastri della nostra amata dieta mediterranea, si prende la rivincita che merita! Allora perché mai farne a meno? Anche in questo caso però qualche trucco può aiutarci a renderla ancora più dietetica e salutare. Oltre al sempre valido consiglio di optare per farine diverse da quella raffinata, per ridurre l’indice glicemico della pasta può essere sufficiente saltarla qualche minuto in padella (al fine di rendere l’amido più difficilmente attaccabile dagli enzimi digestivi), scolarla al dente (più la pasta cuoce, maggiore sarà l’innalzamento della glicemia una volta ingerita) e condirla con fibre (quindi pasta e verdure a volontà!).

L’ortaggio più amato. La patata, pur rientrando nella categoria degli ortaggi, per via della sua composizione può essere perfettamente paragonata a pane e pasta. Di conseguenza il consiglio di cui sopra, ovvero “pasta e verdure a volontà”, non vale per le patate: pasta e patate è infatti un piatto decisamente impegnativo per il nostro metabolismo poiché favorisce nettamente l’innalzamento della glicemia, meglio quindi consumare i due alimenti singolarmente. Ma anche le patate possono comunque essere assolte e consumate con tranquillità seguendo qualche semplice consiglio. Innanzitutto se amiamo la cara insalata di patate lesse, proviamo a prepararla la sera precedente e a conservarla in frigo: la patata lessa, una volta raffreddatasi, dimezza il suo indice glicemico! Se poi decidiamo anche di condirle con un filo d’olio extravergine di oliva, l’indice glicemico si ridurrà ancora di più.

Infine, non demonizziamo la frittura: la patata fritta, grazie allo shock termico, rende gli amidi più resistenti all’attacco degli enzimi digestivi e quindi riduce l’indice glicemico. Non illudetevi però: non bisogna comunque esagerare!

Insomma: pane, pasta e patate non sono assolutamente alimenti da demonizzare, quello che conta è fare le scelte giuste!

Alla prossima

Patrizia

MELANZANA? LE VIRTU’ CHE NON TI ASPETTI

E’ quell’ingrediente che sta bene in tutte le preparazioni e che ti salva quando tuo marito invita ospiti all’improvviso e a tua insaputa: è sufficiente, infatti, tagliarla a tocchetti e abbinarla a qualche pomodorino e a della pasta per ottenere uno sfizioso primo piatto, oppure basta semplicemente grigliarla per preparare un ottimo antipasto, e quando abbiamo tempo, magari la domenica, si trasforma in una golosissima parmigiana! A proposito di parmigiana: sapete a chi dobbiamo le origini di questo goduriosissimo piatto? Buona lettura.

Una storia travagliata. Originaria della Cina, la melanzana giunse in Europa nel Medioevo grazie agli Arabi, con il nome di “badingian”. La sua vita in Europa non fu facile, e a dimostrarlo vi è il nome poco simpatico che le fu dato: “melanzana” infatti sta per “mela non sana”, proprio a ricordarne la sua presunta pericolosità

A preoccupare gli antichi popoli era l’annerimento che la polpa subiva dopo aver sbucciato la melanzana e il colore nerastro che assumevano le mani di chi la toccava: si pensava addirittura fosse causa della peste!

In realtà l’annerimento della melanzana non ha nulla di diverso da quello di altri frutti come mele, pere, banane, ed è dovuto semplicemente all’attivazione di particolari enzimi contenuti nella polpa.

L’eterno dilemma. Uno dei piatti più noti ed amati a base di melanzane è sicuramente la parmigiana! Da anni questo piatto genera controversie tra campani, siculi ed emiliani che ne reclamano rispettivamente la paternità. Inizialmente infatti si pensava che il termine “parmigiana” stesse ad indicare un piatto originario della città di Parma. In realtà pare non sia così: la prima ricetta ufficiale della parmigiana è stata ritrovata nel trattato “Cucina Teorico Pratica” scritto dal napoletano Ippolito Cavalcanti nel 1839. Sino ad allora nessuno aveva mai parlato di parmigiana se non il cuoco pugliese Vincenzo Corrado nel suo “Il Cuoco Galante” (sempre fighi noi pugliesi!!) del 1773, ma la ricetta non prevedeva melanzane ma bensì carote, zucchine e pastinache.

Ma gli abitanti di Parma possono comunque prendersi le loro belle soddisfazioni: il termine “parmigiana” sta infatti a significare “cucinare alla maniera dei parmigiani” ovvero stratificando gli ingredienti come da loro antica abitudine! Mistero risolto!!

Depura e drena. Nonostante la sua forma goffa e per nulla slanciata, la melanzana in realtà è una perfetta alleata della linea! Appartenente alla stessa famiglia di pomodoro e patate, ovvero alle Solanacee, la melanzana oltre ad apportare pochissime calorie (solo 16 ogni 100g) presenta uno spiccato effetto drenante e anti – cellulite, inoltre grazie alla sua azione coleretica favorisce la produzione della bile stimolando la digestione e l’attività depurativa del fegato. Infine grazie all’elevato contenuto di fibre, risulta essere un ottimo alleato per contrastare glicemia e colesterolo in eccesso, oltre che un ortaggio saziante e regolante dell’attività intestinale!

In cucina. Grigliata, al forno, abbinata a pasta e risotti, oppure ripiena, o ancora sotto forma di tortini o di golosissime parmigiane, la melanzana è sicuramente uno dei prodotti più versatili in cucina. Io la trovo perfetta anche sulle bruschette, grigliata e abbinata a pomodorino, origano e un filo di olio extravergine d’oliva! Occhio però: tende a trattenere molto i condimenti, di conseguenza, se siete a dieta, meglio preferire cotture leggere.

Portiamola in tavola!

Alla prossima

Patrizia

OBESITA’? UNA QUESTIONE DI FAMIGLIA…E NON SOLO!

Questa volta non c’entrano genetica ed ereditarietà: l’obesità, infatti, può davvero diventare un problema dell’intera famiglia senza “scomodare” il nostro DNA. Recenti studi dimostrano che alcuni membri della famiglia siano più a rischio di altri e che…anche gli amici possono fare la differenza! Scopriamone di più!

Tra moglie e marito. Col matrimonio oltre a metter su famiglia si mette anche su pancetta? Niente di più vero, almeno secondo quanto emerso da uno studio condotto dall’Università di Basilea. Lo studio, che ha coinvolto nove Paesi, compresa la nostra Italia, è stato effettuato su circa 10mila persone con l’obiettivo di confrontare l’indice di massa corporea degli sposati rispetto a quello dei non sposati. Il risultato? Gli individui privi di fede nuziale presentano un indice di massa corporea medio pari a 25, indicante quindi una situazione di normopeso, mentre negli sposati questo indice saliva di circa 1 punto e mezzo. Se la differenza vi sembra minima, in realtà corrisponde a circa una media di 2-3 kili che in un soggetto non molto alto possono fare la differenza!

Secondo lo studio, il matrimonio, pur favorendo il consumo di cibi più sani e genuini, favorisce però un aumento delle porzioni e soprattutto un incremento della sedentarietà, fattori determinanti nell’aumento di peso.

L’obesità è contagiosa. “…finché nutrizionista non vi separi..” potrebbe essere la nuova formula da pronunciare sull’altare visti i risultati ottenuti da un recente studio americano. Pare infatti che la condivisione tra moglie e marito non si limiti solo ai successi personali, alla casa, all’economia della famiglia, a diritti e doveri coniugali, ma che riguardi anche la bilancia. Secondo uno studio, durato 25 anni, condotto su oltre 4000 coppie e pubblicato dalla Johns Hopkins University di Baltimora sull’American Journal of Epidemiology, se uno dei due coniugi è obeso o sovrappeso o lo diventa durante la vita coniugale, l’altro, pur normopeso, vede raddoppiare le probabilità di ingrassare! Questo probabilmente accade perché i coniugi condividendo lo stesso tetto e lo stesso stile di vita, condividono anche le abitudini alimentari e la sedentarietà. Lo stesso studio ha però mostrato che vale anche il principio inverso: se un membro della coppia decide di mettersi a dieta, ci sono altissime probabilità che il partner segua il buon esempio!

Non tutti i figli sono uguali. Se è vero che mamme e papà amano tutti i figli allo stesso modo, pare che lo stesso metro non sia usato dalla bilancia! Una ricerca condotta dall’Università di Auckland ha infatti mostrato che i primogeniti presentano un rischio maggiore del 29% di sviluppare sovrappeso, e del 40% di sviluppare obesità rispetto ai fratelli minori. Lo studio, condotto su circa 13000 coppie di fratelli, ha mostrato come i primi figli presentino una minore capacità di metabolizzare gli zuccheri rispetto ai secondi e di conseguenza di andare incontro a patologie metaboliche, tra cui anche il diabete. Non è ancora chiaro il motivo per cui ciò accada, ma la spiegazione più accreditata è che durante la prima gravidanza, i vasi sanguigni della mamma, che devono trasportare sangue alla placenta, sono più stretti perché meno maturi rispetto a quanto accade nelle gravidanze successive e di conseguenza apportano un minor nutrimento al feto rendendo meno regolari i meccanismi di acquisizione e metabolismo del glucosio.

Occhio agli inviti. Non solo i familiari possono influenzare l’aumento di peso, ma anche gli amici! I ricercatori della Cornell University di New York, hanno infatti dimostrato che andare a cena con amici aventi abitudini alimentari scorrette può influenzare in maniera negativa le nostre scelte alimentari portandoci a consumare fino ad un terzo in più della nostra porzione abituale! Non è, ovviamente e assolutamente, necessario discriminare gli amici in base alle loro abitudini alimentari, si può però concedersi di tanto in tanto qualche strappo alla regola facendo in modo che non diventi un’abitudine, impegnandosi magari a trasferire i propri sani principi agli amici un po’ meno attenti alla salute!

In ogni caso, che siano amici, mariti, mogli o fratelli a coinvolgerci in abitudini sbagliate, sedersi a tavola con un sano e preciso obiettivo in mente è sicuramente l’arma migliore contro queste scomode e bizzarre “questioni di famiglia”!

Alla prossima

Patrizia

 

Per scoprirne di più: http://jech.bmj.com/content/early/2015/08/13/jech-2014-205368

http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0277953615003330

http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0195666314004450

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26405117

BARATTIERE: L’ESTATE IN PUGLIA E’ ANCHE QUESTO!

In Puglia l’estate di simboli ne ha tanti, ma uno su tutti, il cui arrivo in tavola sancisce l’inizio della stagione più calda, è lui: il barattiere! Fresco, croccante e dissetante, qui a Tortorella non ce lo facciamo mancare: e non solo perché è buono!

Scopriamone di più!

Ad ognuno il suo. Il barattiere è un ortaggio tipicamente pugliese appartenente alla famiglia delle Cucurbitacee, nato grazie all’ingegno (è proprio il caso di dirlo) di contadini pugliesi i quali, incrociando diverse cultivar di melone e cetriolo, hanno ottenuto questa meraviglia dell’orto.

Noto con il nome botanico di Cucumis melo L., noi pugliesi preferiamo chiamarlo, a seconda delle zone, con i più svariati e divertenti nomi dialettali: da cianciuffo a pagnotella, da cocomerazzola al cucumarazzo (che è il nome a me familiare!).

Il fatto di essere una varietà tipica regionale, ha reso questo ortaggio prezioso e decisamente richiesto tanto da divenire uno dei prodotti maggiormente “barattati” con altri ortaggi provenienti da altre zone d’Italia: da qui, probabilmente, l’origine del nome “barattiere”.

Proprietà nutrizionali. Pochissime calorie, solo 15 ogni 100g di prodotto, il barattiere è ricchissimo di acqua (ben il 90%) e nutrienti fondamentali per la nostra salute tra cui la vitamina A, antiossidante, antitumorale e alleata del benessere della vista, la vitamina C, rinforzante del sistema immunitario e protettiva dei nostri capillari affaticati dal caldo estivo, ma anche potassio, la cui carenza dovuta alla sudorazione comporta l’insorgenza di crampi e spossatezza.

Deriva dal cetriolo ma a differenza di quest’ultimo risulta essere decisamente più digeribile sia per via dell’assenza di cucurbitacina, sia per la facilità con cui possono essere allontanati i semini, che invece col cetriolo siamo quasi costretti ad ingerire.

Via macchie e cellulite. La sua ricchezza in acqua e potassio, rende questo ortaggio un vero alleato della prova costume: il barattiere infatti è in grado di favorire l’eliminazione dei liquidi in eccesso e di ridurre i ristagni tipici della cellulite e della ritenzione idrica, riducendo gli inestetismi e rendendo le gambe più sgonfie.

La presenza di zolfo e vitamine A e C, fa sì che sia un prodotto utile per migliorare il tono della nostra pelle. La semplice applicazione di fette di barattiere sul viso e sugli occhi, riduce le borse, riduce l’insorgenza di macchie e migliora visibilmente il tono e la luminosità della pelle.

In cucina. Quando penso al barattiere, rivedo le mani di mio padre che lo sbucciano, lo tagliano a fettine e lo posano in tavola pronto per essere consumato tra una pietanza e l’altra: è così che piace a noi pugliesi!

Ma è perfetto anche in spiaggia come spuntino leggero contro la calura estiva, ideale in caso di improvviso attacco di fame, ottimo ingrediente di freschi centrifugati, perfetto in insalata abbinato a pomodori, rucola e un filo d’olio, In alcune zone della Puglia, pare sia usanza comune consumarlo dopo averlo cosparso con un pizzico di sale…se non soffrite di ipertensione arteriosa potreste anche provarci!

Grazie alla sua azione dissetante e al suo modestissimo potere calorico, è possibile quindi consumarlo in qualsiasi momento della giornata, senza preoccuparsi delle quantità.

E allora barattiere o, come piace a me, cucumarazzo, sia!

Alla prossima

Patrizia

 

La foto è scattata dalla bravissima Anna The Nice. Leggete qui il suo articolo sui prodotti tipici della nostra bella terra.

FRITTO? SI, PURCHE’ SIA QUELLO GIUSTO!

A luglio, in piena estate, con i locali e le strade pieni zeppi di goduriosi cibi non propriamente sani, chi ha voglia di sentir parlare di alimentazione equilibrata, naturale, in stile “no al gelato, si alla verdurina”? Ebbene, oggi noi di Bio&Sisto vi stupiremo con un articolo che vi renderà il fine settimana decisamente più piacevole: oggi parliamo di goduriosa, inebriante, croccante frittura!!

Lo dice la scienza. “Frittura? Se la scordi!”: quante volte ve lo avranno detto puntando sulle calorie, sui danni al fegato, sul rallentamento della digestione e, soprattutto, sulla perdita delle sostanze nutritive? Ma in fondo, sotto sotto, non ci avete mai creduto…o per lo meno avete sempre sperato che non fosse vero! Ebbene, oggi la scienza finalmente vi dà ragione: possiamo dire “si” al fritto! Uno studio dell’Università di Granada, in Spagna, dimostra che il fritto non fa male come crediamo. I ricercatori hanno messo a confronto tre differenti tecniche di cottura ovvero la bollitura, la frittura in olio extravergine di oliva e la cottura in acqua e olio. I test sono stati effettuati utilizzando un egual quantità di pomodori, melanzane, patate e zucca, privi di semi e buccia. Al termine della cottura, sono state esaminate le verdure ed è stato rilevato che le verdure fritte in olio di oliva erano in assoluto quelle più ricche di composti fenolici antiossidanti.

I benefici. I segreti del fritto stanno tutti nella rapidità di cottura che non altera eccessivamente i nutrienti. La frittura infatti richiede tempi brevi ma sufficienti per far sì che l’olio crei intorno al cibo una pellicola protettiva che mantiene quasi inalterato il suo contenuto vitaminico. Quindi, strano ma vero, una verdura fritta presenta un contenuto vitaminico superiore di una bollita e privata dell’acqua di cottura (in cui si disperdono tutti i nutrienti del cibo). Inoltre il fritto, in alcuni casi, riduce il carico glicemico degli alimenti e stimola l’attività epatica oltre che la produzione di bile, favorendo una incredibile azione disintossicante.

La frittura giusta. Ovviamente (ma ve lo aspettavate vero?) non è tutto oro quello che luccica. Se è vero infatti che la frittura protegge gli alimenti rendendoli più ricchi di antiossidanti rispetto ad altri tipi di cottura, è pur vero che questo vale solo se la frittura è eseguita in un certo modo. Innanzitutto utilizzando solo olio extravergine di oliva, poiché questo raggiunge il suo punto di fumo (ovvero il momento in cui comincia a sviluppare sostanze nocive) intorno ai 210°C, temperature che difficilmente si raggiungono durante una frittura casalinga (che solitamente non supera i 180°C). Altri oli invece, come ad esempio olio di girasole o di mais, presentano un punto di fumo compreso tra 130-160°C. E’ importante inoltre friggere cibo asciutto (tamponarlo con un canovaccio prima di metterlo in padella può essere una valida soluzione), non riutilizzare più volte lo stesso olio, versare in padella pochi alimenti per volta ed evitare di bruciacchiarli (le aree bruciate contengono sostanze cancerogene). Bisogna inoltre valutare la temperatura aiutandosi con un termometro da cucina, oppure una friggitrice oppure semplicemente osservando la formazione di bollicine: se questo non accade, vuol dire che la temperatura è ancora troppo bassa e il fritto sarà poco croccante e unto.

Ovviamente questo non è un invito ad abusare della frittura: il fritto resta comunque una tecnica di cottura calorica e “pesante”, di conseguenza andrebbe inserita in tavola non più di 1-2 volte a settimana, tenendo d’occhio le quantità e soprattutto seguendo uno stile alimentare bilanciato. Può essere sicuramente una valida soluzione per favorire il consumo di verdure nei più piccoli, senza dimenticare di prediligere in ogni caso il consumo di verdura cruda o cotta a vapore.

Infine, la frittura giusta è quella casalinga: difficilmente in un fast – food vi offriranno un piatto di patatine fritte in olio extravergine di oliva.

Buone notizie, sì: ma non abusate!

Alla prossima

Patrizia

Caldo? Affidati all’anguria!

Rossa e succosa, compagna delle piacevoli sere d’estate, elisir anti-caldo e anti-sete, l’anguria divide il mondo: c’è chi la mangia tagliata a cubetti e chi invece non sa rinunciare alla classica fetta a forma di mezzaluna. E voi? Da che parte state? E soprattutto: quanti motivi conoscete per non fare a meno di questo prezioso frutto di stagione?

Un aiuto per l’aldilà. L’anguria è un frutto originario dell’Africa, nello specifico del deserto del Kalahari dove, grazie alla sua elevata riproduttività (ciascuna pianta può dar vita fino a 100 frutti) diventava fonte di acqua e sali minerali per gli abitanti delle zone. Si tratta di un frutto antichissimo: alcuni geroglifici narrano di coltivazioni e raccolte già ai tempi degli antichi egizi, grandi amanti di questo frutto, che ritenevano avere origine dal seme del dio Seth e che spesso deponevano nelle tombe dei faraoni al fine di garantire nutrimento e idratazione in vista dell’aldilà.

L’anguria venne introdotta in Europa a partire dal XII secolo, ad opera degli Arabi.

Valori nutrizionali. L’anguria (Citrullus lanatus) è un frutto appartenente alla famiglia delle Cucurbitacee, la stessa di zucca e melone. Di forma tondeggiante, può arrivare a pesare ben oltre i 40kg!! Come sempre accade in natura, nulla viene lasciato al caso: costituita per il 93% da acqua, l’anguria è in assoluto uno dei frutti dal più alto potere dissetante e remineralizzante e, guarda caso, si presenta nei nostri orti proprio nella stagione in cui c’è più bisogno di queste proprietà!

Nonostante il suo sapore dolciastro, l’anguria contiene pochissimi zuccheri (circa il 5%) e, di conseguenza, è assolutamente consigliata in caso di regimi ipocalorici: il suo sapore dolce infatti è dovuto non a sostanze zuccherine, ma bensì alla presenza di numerose sostanze aromatiche. Inoltre, a rendere l’anguria una alleata della linea è il modestissimo potere calorico, pari a sole 16 kcal ogni 100g di prodotto, oltre al suo elevato potere saziante.

Ricca di vitamine, in particolare vitamina C e vitamine del gruppo B, contiene anche diversi minerali tra cui potassio (ben 280mg/100g) e magnesio, in grado di aiutarci a superare la spossatezza tipica delle giornate afose ma anche di contrastare i crampi muscolari.

Ritenzione e ipertensione ko. L’anguria non è solo un gradevole dissetante, ma anche un ottimo alleato in caso di cellulite e ritenzione idrica: l’elevata presenza di acqua e potassio infatti, permette di contrastare i ristagni di liquidi, migliorando così la circolazione linfatica e riducendo i cuscinetti. Ma la presenza di potassio, associata a quella di un importante amminoacido, la citrullina, permette anche di regolare i livelli di pressione arteriosa e migliorare la tonicità dei vasi sanguigni.

L’anguria è, infine, uno dei frutti più ricchi di licopene, ben il 40% in più del rinomato pomodoro!! Il licopene è una molecola dalle note proprietà antitumorali e antiossidanti, efficace nel contrastare l’invecchiamento e l’insorgenza di alcune forme tumorali, in particolare quelle della prostata e del polmone.

Fresca o in succo. E’ difficile resistere alla tentazione di addentare una bella fetta d’anguria fresca, ma se avete tempo e voglia, con l’anguria potrete anche preparare dei ghiaccioli (semplicemente frullando l’anguria e aggiungendola, assieme ad un po’ di succo di limone, negli appositi stampini per ghiaccioli), oppure dei gradevoli centrifugati dissetanti, energizzanti e drenanti, perfetti come spuntino o per colazione. E non finisce qui: le vie dell’anguria sono infinite! Di questo frutto infatti non si butta via niente, semi compresi. Questi piccoli semini neri infatti sono ricchi di fibre e di acidi grassi polinsaturi, dall’azione antinfiammatoria e anticolesterolo. Potete consumarli così come sono, oppure dopo averli essiccati. I semi di anguria sono però sconsigliati in chi soffre di gonfiore intestinale e di diverticoli.

Vi è per caso venuta voglia di anguria?

Alla prossima

Patrizia

EFFETTO BIOLOGICO: BASTANO 15 GIORNI!

Portare in casa e sulla propria tavola alimenti biologici è ormai una scelta condivisa da un numero sempre più elevato di italiani. Ma come è cresciuto il biologico in Italia? Quali sono le scelte degli italiani? E soprattutto: davvero ci fa bene? Pare che una famiglia svedese ne sappia qualcosa. Scopriamone di più.

I numeri del biologico. Che il biologico piaccia agli italiani lo confermano ormai i numeri: ben il 20% dei consumatori italiani (circa 18 milioni di famiglie) sceglie di acquistare prodotti biologici, e ben 3,2 milioni di persone lo fa ogni settimana! L’Italia è al secondo posto in Europa (e al quinto nel mondo) per numero di superfici dedicate a questo tipo di coltivazioni: gli ettari dedicati all’agricoltura biologica sono infatti ben 1,3 milioni (ben il 12% in più rispetto al 2012) e il fatturato è di ben 3,5 miliardi di euro. Mica noccioline!

E noi di Bio&Sisto accogliamo con enorme soddisfazione la notizia che la nostra bella Puglia è sul podio delle regioni italiane a maggiore “vocazione biologica” dopo Sicilia e Calabria!

Tra i prodotti biologici più acquistati, il primo posto spetta a frutta e verdura (oltre il 20%), seguiti da latte e derivati (18% circa).

La terra ringrazia. Il biologico non fa bene solo alla Terra…ma anche alla terra. Già, perché coltivare in maniera sostenibile non solo migliora la salute del pianeta, ma anche dei nostri terreni. Un’analisi condotta dall’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha mostrato che i terreni coltivati secondo i dettami dell’agricoltura biologica presentano una produzione superiore dell’80% rispetto a quelli convenzionali. Questo perché l’agricoltura intensiva riduce la fertilità dei terreni e di conseguenza la loro capacita produttiva. Si stima infatti che oltre il 40% dei terreni coltivati con tecniche tradizionali andrà perso entro il 2050.

Ma non solo: il biologico tutela anche la biodiversità: nei terreni bio è possibile rilevare un numero doppio di varietà vegetali e ben il 60% in più di insetti e uccelli!

…e il sangue anche. Ebbene si, pare che mangiare biologico faccia bene anche al sangue e che non serva nemmeno troppo tempo per vederne gli effetti! Non ci credete? Chiedete alla famiglia Palmberg, famiglia svedese costituita da cinque componenti (due adulti e tre bambini) e coinvolta in uno studio condotto in collaborazione con lo Swedish Environmental Research Institute volto a dimostrare l’impatto dell’alimentazione biologica sull’organismo. Alla famiglia Palmberg, famiglia come tante, non abituata a consumare alimenti bio poiché, come ammesso dagli stessi componenti, ritenuti troppo costosi, è stato chiesto di consumare esclusivamente cibi biologici per ben 15 giorni. Al termine dello studio, le analisi delle urine sono state confrontate con quelle effettuate prima di cominciare l’esperimento ed è stata dimostrata una riduzione del livello di pesticidi e fungicidi nel sangue del 95% in tutti i componenti della famiglia, riduzione che si è manifestata in maniera più rapida e marcata nei bambini. La famiglia Palmberg, impressionata dai risultati dell’esperimento, pare abbia deciso di modificare il proprio stile di vita facendo del bene all’ambiente ma soprattutto a sé stessi: lo facciamo anche noi?

Alla prossima

Patrizia

ADDIO BRUCIORI CON LA PATATA!

Chi non ama le patate? Al forno, lesse ma anche fritte, le patate sono uno degli ortaggi più amati e più consumati in assoluto. Non sono propriamente un alimento dietetico ma qualche trucchetto può aiutarci ad utilizzarle al meglio e a beneficiare delle loro virtù. Pronti a scoprirne di più?

Tra dubbi e stratagemmi. La patata è originaria dell’America Meridionale, più precisamente delle Ande. Coltivata sin dai tempi di aztechi e inca, raggiunse l’Europa con Pizarro nel 1560, approdando dapprima in Spagna e poi in Italia, grazie a re Filippo II di Spagna il quale offrì il tubero al Papa come dono dal Nuovo Mondo. Il Papa però non gradì molto il sapore della patata poiché, scambiandola per una varietà di tartufo, la assaggiò cruda.

Inizialmente la patata non ebbe grande successo in cucina: per via del suo sviluppo sotterraneo si pensava provenisse dagli inferi, inoltre la parentela con il velenosissimo stramonio non le dava vita facile.

I primi ad utilizzare la patata in cucina furono i francesi: l’agronomo Parmentier, durante la prigionia prussiana della “Guerra dei Sette Anni” imparò a conoscere l’uso culinario della patata. Rientrato in patria, parlò a re Luigi di quest’interessante ed economico prodotto. Si narra che per indurre i contadini a coltivare la patata e di conseguenza alimentarne il suo successo commerciale, re Luigi utilizzò lo stratagemma di farla coltivare in campi rigorosamente sorvegliati da guardie in modo tale da illudere la popolazione che si trattasse di un prodotto prezioso destinato all’alimentazione del re. In questo modo i contadini, allettati da questo prodotto così tutelato, rubarono piante di patate e cominciarono a coltivarle e diffonderle come “il cibo del re”!

Proprietà nutrizionali. La patata, Solanum tuberosum L., è un tubero appartenente alla famiglia delle Solanacee, la stessa di pomodori e melanzane.

A differenza di altri ortaggi, presenta però un valore calorico non indifferente, pari infatti a 80kcal ogni 100g di prodotto. L’elevata presenza di amido le rende un valido sostituto di pasta e pane, oltre ad essere una buona fonte energetica. Ricche di fibre dal potere saziante, le patate contengono anche vitamine del gruppo B, in particolare vitamina B6, fondamentale per il funzionamento cerebrale. Inoltre sono ricche di potassio e magnesio, due preziosi minerali utili per contrastare la ritenzione idrica e l’ipertensione.

Via i bruciori gastrici. La patata è un alimento facilmente digeribile, di conseguenza risulta essere adatto per chi soffre di disturbi della digestione e senso di pesantezza e gonfiore post – prandiale. Ma non solo: la patata presenta una valida azione antinfiammatoria e lenitiva del tratto digerente, che la rendono utile in caso di dispepsia, gastrite e bruciore di stomaco. Inoltre le patate sono ricche di selenio, un minerale dalla spiccata azione antiossidante e antitumorale, in grado di proteggere il DNA dai danni dello stress ossidativo.

Come consumarla. Esistono in commercio diverse varietà di patate, ognuna delle quali presenta caratteristiche ben precise: le patate a pasta bianca sono le più farinose, quindi adatte alla preparazione di pizze e purè; quelle a pasta gialla, decisamente più compatte, sono utili per preparazioni che richiedono una certa consistenza, pensiamo alle patate al forno, oppure alle goduriose crocchette.

Poi ci sono le varietà “colorate” ovvero le viole e le rosse, in assoluto le più saporite e ideali per la preparazione di gnocchi e tortini, ricchissime di antiossidanti (antocianine), benefiche per il cuore e per i vasi sanguigni.

Le patate sono un valido sostituto del primo piatto, considerato anche il loro apporto calorico non propriamente basso. Meglio però optare per cotture leggere, ad esempio al forno, oppure bollite, oppure al vapore, concedendoci invece la frittura solo ogni tanto.

Molte delle sostanze benefiche contenute nelle patate sono presenti nella buccia, di conseguenza sarebbe consigliabile consumarle per intero, senza sbucciarle.

Buone e benefiche, le patate però presentano un difetto: l’alto indice glicemico! Di conseguenza andrebbero consumate al massimo 1-2 volte a settimana, mai in associazione ad altri carboidrati ma bensì abbinate ad una bella porzione di verdure di stagione. E se amate quelle lesse, consumatele fredde: la glicemia ringrazierà!

Pronti a portarle in tavola?

Alla prossima

Patrizia

A TAVOLA? FAI L’ABBINAMENTO GIUSTO!

No, non parliamo della tremenda accoppiata sandalo/calzino bianco, né del tristissimo duo camicia a pois/bermuda a righe, entrambi sicuramente improponibili a tavola (ma non solo) soprattutto se non siete soli!

No, oggi vi parliamo delle giuste combinazioni alimentari per poter assorbire al meglio determinati nutrienti. Scopriamole insieme!

Spinaci e limone. Quello tra spinaci e succo di limone è sicuramente un binomio perfetto non solo per quanto riguarda il gusto, ma anche e soprattutto per i benefici che se ne traggono. La vitamina C contenuta nel limone, infatti, permette di assorbire al meglio il ferro contenuto negli spinaci. Ma questo è solo un esempio: lo stesso discorso, ovviamente, vale abbinando in generale tutti gli alimenti ricchi di vitamina C (agrumi, kiwi, fragole, spremute di arancia…) ad alimenti ricchi di ferro (spinaci, carne, lenticchie…). Insomma: se volete assorbire più ferro attraverso l’alimentazione, aggiungeteci un pizzico di vitamina C!

Quel filo d’olio. L’olio extravergine d’oliva non solo ci fa bene per via del suo contenuto in sostanze antiossidanti e benefiche, non solo rende i piatti più gustosi, ma ci permette anche di trarre il meglio dagli alimenti cui lo abbiniamo. Qualche esempio? Condire i pomodori con l’olio extravergine di oliva, come facciamo ad esempio quando mangiamo una buona bruschetta, oppure una semplice insalata, oppure come accade nella salsa di pomodori, ci permette di assorbire meglio il preziosissimo licopene, sostanza antiossidante e antitumorale contenuta nel pomodoro. Ma lo stesso accade quando condiamo le nostre carote lesse con un filo di olio: assorbiremo meglio i carotenoidi in esse contenuti, necessari per il benessere della nostra pelle e della nostra vista.

I legumi? Non da soli. Lenticchie, fagioli e ceci non dovrebbero mai mancare sulle nostre tavole visti i loro innumerevoli benefici. I legumi sono alimenti fortemente proteici, ma a differenza di carne e pesce non contengono tutti gli amminoacidi essenziali e di conseguenza potrebbero provocare qualche carenza. Ma ovviare a questo deficit amminoacidico è assolutamente possibile: è sufficiente, infatti, abbinare i legumi ai cereali. I classici piatti della nostra tradizione mediterranea come pasta e fagioli, riso e lenticchie, orzo e ceci, risultano essere delle accoppiate vincenti in grado di rendere completo il profilo amminoacidico del nostro pasto. I cereali infatti contengono gli amminoacidi di cui i legumi sono carenti, e viceversa! In questo modo è possibile ottenere miscele proteiche dello stesso valore biologico di una bistecca!

Origano e insalata. Aggiungere origano, timo, salvia, ma anche menta, basilico o rosmarino, alle nostre insalate, non è solo un modo per renderle più gustose. Uno studio, pubblicato sulla rivista scientifica British Journal of Nutrition e condotto dall’Università di Urbino, ha mostrato che aggiungere un pizzico di erbe aromatiche ai vegetali permette di raddoppiare l’assorbimento degli antiossidanti e il loro effetto benefico sulla nostra salute. Un esempio? Aggiungere soli 3g di maggiorana alla nostra classica porzione di lattuga ci permette di incrementare le proprietà antiossidanti del piatto del 200%!

Insomma: occhio agli abbinamenti giusti, non solo quando apriamo il guardaroba!

Alla prossima

Patrizia

Buone, vellutate e golose: porta in tavola le albicocche!

Chi non ama le albicocche? Il loro colore allegro, la simpatica forma tondeggiante, il profumo che sa di estate…una vera goduria! Un mix di bontà e salute: pronti a scoprirne di più!

Il frutto dell’imperatore. L’albicocca ha una storia antichissima. Pare infatti fosse già nota, apprezzata e gustata ben quattromila anni fa dagli Imperatori Cinesi. Si tratta infatti di un frutto originario dell’Asia che si è poi diffuso nel nostro bel bacino Mediterraneo grazie ad Alessandro Magno e da qui ha conosciuto un successo inarrestabile. Se oggi viene utilizzata principalmente come frutto fresco o per la preparazione di marmellate o succhi, un tempo l’albicocca era molto apprezzata essiccata ed era utilizzata in cucina per la preparazione di piatti salati: i Templari, per esempio, amavano abbinare il sapore delle carni a quello delle albicocche essiccate che venivano rosolate assieme alla stessa carne.

Proprietà nutrizionali. L’albicocca, Prunus armeniaca, è un frutto appartenente alla famiglia delle Rosacee, la stessa di altri buonissimi frutti estivi come pesche e prugne. Nonostante il loro bassissimo apporto calorico, solo 28 kcal ogni 100g, le albicocche sono un frutto estremamente saziante oltre che molto digeribile. Ricche di vitamine in particolare vitamina A, vitamina C, ma anche minerali come potassio (ben 240mg/100g!), magnesio e fosforo, le albicocche sono un valido ricostituente oltre che remineralizzante. Inoltre il contenuto in vitamina A, abbinato a quello di caroteni (precursori di questa vitamina), fa sì che le albicocche siano un valido aiuto per proteggere la pelle dai raggi ultravioletti e favorire un’abbronzatura omogenea (ps: questo non vuol dire che non dobbiate utilizzare la protezione solare eh?).

Ricche di ferro. Le albicocche sono un valido aiuto per la nostra regolarità intestinale, non solo per via dell’elevato contenuto di fibre, ma anche per la presenza di uno zucchero, il sorbitolo, dalle proprietà dolcemente lassative. L’albicocca è inoltre un frutto dalle spiccate proprietà antiossidanti, questo grazie all’elevato contenuto in vitamina A e caroteni, il cui fabbisogno è soddisfatto con soli 200g al dì di albicocche. La presenza di sostanze antiossidanti, quindi, fa sì che questi golosi frutti siano perfetti alleati nella prevenzione dell’invecchiamento cutaneo, di quello visivo, nella riduzione dei livelli di colesterolo cattivo, nella prevenzione di forme tumorali in particolare del pancreas, della pelle e del polmone.

Le albicocche, infine, sono tra i frutti maggiormente ricchi di ferro, in particolare quelle essiccate contengono ben 5,3mg di ferro ogni 100g: consumarne 2-3 per colazione o come spuntino, può essere un efficace aiuto in caso di carenze di questo prezioso minerale oppure in caso di spossatezza. Occhio però alle calorie: le albicocche secche infatti sono decisamente più caloriche di quelle fresche!

A tavola. Le albicocche sono un frutto di stagione che non dovrebbe mai mancare sulle nostre tavole estive. Possiamo consumarle fresche, perfette anche a fine pasto poiché non provocano eccessive fermentazioni (se non in soggetti particolarmente sensibili), oltre che per preparare gradevoli mousse o frullati perfetti anche per i più piccini. Ma il loro sapore dolce le rende perfette anche in cottura, magari abbinate a secondi oppure ad ortaggi come melanzane e zucchine.

E per gustarcele anche d’inverno? Proviamo ad essiccarle oppure a preparare in casa delle gradevoli confetture!

Alla prossima

Patrizia